C’era una volta e c’è nei nostri cuori forse ancora un lume di storia che ci fa sorridere al ricordo citato dall’anziano della famiglia che con le sue trame ci fa vivere momenti della nostra terra, cose mai viste, mangiate, odorate e accarezzate, come quel senso di libertà e di benessere che un tempo portava la terra ad essere un campo arato, un mare di pesce regalato dal pescatore sul finire del giorno ed una bevuta alla taverna con il seguito della spartizione dei proventi di una pescata abbondante. Sensazioni  trasmesse dalle voci di chi ha vissuto un tempo dove il mare e la terra erano la manna dal cielo, un pezzo di Paradiso da vivere sulle ali della farfalla. L’essenziale, l’elementare che ad oggi dobbiamo vivere attraverso un documentario, una foto ed un flebile ricordo. Forse è necessario tornare indietro, prima di andare avanti. Fermiamoci, riflettiamo, fotografiamo e viviamo ogni giorno, ogni istante ciò che ci appartiene. L’elementare è il quotidiano, ed il resto viene da se. Il resto dettato da una società frenetica di cui neanche si dovrebbe parlare, perché se in ogni persona nasce e si sviluppa e mantiene l’identità, tutto il resto vien da se, un benessere dettato da altro, dall’ospite che vuole vivere con noi, insieme a noi, ed allora da li forse nasce spontaneamente qualcosa che ad oggi si ricerca con frenesia, per perdere il contatto del quotidiano.  L’essenziale, forse, quindi,  parte prima dello sviluppo di vivere oggi le terre, quel modo di condivisione che dovrebbe essere uno passo successivo dello stare bene grazie alla presenza di altri.

L’identità mi risuona oggi, anche se non mai definita espressamente con questo termine dalle parole di mia nonna Giovannina e du Zu Vincenzu o da altri anziani del luogo con un incipit del discorso “eh! caro mio!”.

Che peccato non aver vissuto direttamente di quell’identità proiettata nel futuro, nel nostro futuro.

Identità Favignana mi è venuta in mente stamane, mentre sistemavo il mio pc ed una cartella con foto mi ha fatto risuonare nella testa già frastornata dalla sinusite quelle parole di un tempo e la riflessione è venuta spontanea. Non ve ne fate strumento politico odierno, lungi da me che ho sempre pensato che dal beneficio comune tratto dall’avere le necessità primarie di un territorio, si può tornare a vivere serenamente ed ospitare allora molta altra gente sul nostro territorio.

Per capirci meglio, se ogni territorio vivesse a pieno delle sue risorse, messe al primo posto e l’identità venisse rispetta e non se ne perdesse la matrice, tutto si articolerebbe in modo armonico e non parleremo nemmeno di problemi perché l’essenziale e soddisfatto.

Ad oggi, nelle nostre terre ma non parlo solo di Favignana o Egadi, ma di tutti lembi di terra presenti sulla terra se il progresso venisse da una reale soddisfazione di un’ esigenza reale, non parleremmo di problemi, ma di benessere ed un’identità non frutto di un ricordo o viva solo in una fotografia.

Il vento impetuoso ed il mare in tempesta lasciano testimonianza sulla riva: una conchiglia, un’alga ed anche un mare di plastica. Il rigetto della natura all’azione di un figlio forse che non le è riconoscente (vedi origine dell’uomo attribuita all’ambiente marino). Siamo figli di una terra che dovrebbe essere per noi una casa, ed in quanto tale, si presume che ne dovremmo avere cura. Non dimentichiamo che il mare è la nostra culla ed il terreno che calpestiamo e l’aria che respiriamo non sono nostri, ma come dice un famoso proverbio indiano..

“La terra non è eredità ricevuta dai nostri padri ma un prestito da restituire ai nostri figli”